domenica 19 gennaio 2014

Sono sguardi infiniti. Dialoghi di occhi, intese, scontri. A volte ti tendono la mano, a volte ti affondano. Sono sguardi duri, gli sguardi di chi ti pone dei paletti, gli occhi di chi è seduto di fronte a te, ma se potesse si alzerebbe, ti chiuderebbe al muro fino all'ultimo chiarimento. Lo sguardo di chi ti affronta in silenzio, silenzio più violento uno schiaffo. Un silenzio che non puoi evitare. Non ci sono mani da fermare, non urla da coprire con grida più forti. Sguardi che passano, come i minuti. Occhi che seguono le emozioni, i discorsi. Occhi contratti che scendono a patti e si rilassano. Accennano incerti alla pace, si scoprono poco a poco, si avvicinano e si curano le ferite. Sorridono ancora. Occhi che a volte piangono. E' un pianto sfinito, sono lacrime piene di tensione. E gli occhi cercano amore negli occhi.

Quando ho deciso che avrei voluto fare la psichiatra, ero consapevole della difficoltà del mestiere. Sono poche le persone che mi hanno incoraggiato sulla strada. Molti mi hanno detto: "La psichiatra? Ma perché non fai pediatria?". Altri: "Attenta a non diventare matta anche tu". Sorridevano, ma un po' lo pensavano davvero. Altri semplicemente mi hanno chiesto se avessi mai visto un depresso, coricato nel letto, con le coperte fin sopra ai capelli, rinchiuso in una stanza buia, quando fuori è primavera.

Ai fan della pediatria, vorrei ricordare che il pediatra è un medico e, come tale, ha tendenzialmente a che fare con bambini, sì, ma bambini malati. Non è proprio una gioia. E, nel tirocinio in pediatria, ho visto piangere disperatamente una creaturina bionda che avrà avuto cinque anni, per un'iniezione. Ed anche la madre era in lacrime. Io finirei per sedarli tutti, figli e genitori. O non farei più iniezioni.
A chi mi chiede se ho mai visto un depresso, rispondo che ne ho visti tanti ricominciare a star meglio. C'è un momento, dopo qualche settimana che sono in cura, un momento in cui capiscono che tu stai cercando di illuminare la strada da seguire per arrivare fuori dal dolore. In quel momento nasce un'alleanza, in quel momento tutto accelera, perché capiscono di poter star bene di nuovo.

A chi mi dice che potrei diventare matta…forse è troppo tardi. Forse, matti, lo siamo un po' tutti. Solo che nella vita di ogni giorno ci passiamo sopra, superficialmente. Nella vita di ogni giorno ci dividiamo tra impegni e doveri, tra tempi veloci e lenti. E tiriamo avanti, dal mattino alla sera, con poche riflessioni nel mentre.
Fare lo psichiatra, a volte, ti costringe a riflettere. Perché è umano, pericolosamente umano, il bisogno di spiegarsi gli eventi e le situazioni. Le malattie dei pazienti. Cerchi di capire dalle loro parole il perché e il come. Cerchi di rappresentartelo mentalmente, di capire cosa non va. Di capire come puoi aiutare.
E, a volte, devi uscire dal ruolo ed utilizzare tutta te stessa. Parlare con gli occhi e non solo, non tanto con le frasi che hai studiato. Cambiare il linguaggio medico con quello del paziente. Raccontare la tua versione dei fatti. Devi incoraggiare, devi contenere. Devi amare. E per fare tutto questo, le parole dei libri non bastano. C'è sempre qualcosa di te, oltre il camice. Qualcosa che il paziente prende, sempre, ogni volta che smette di essere paziente e comincia ad essere ciò che realmente è: una persona.

Quando poi togli il camice, quando torni in borghese nel mondo reale, è incredibile quante cose si riescano a vedere, cose che prima sfuggivano. E' incredibile quanto complessi siano i nostri intrecciati rapporti umani.
A volte esco con degli amici, capita che ci sia qualcuno che ho appena conosciuto e che pensi che, avviandomi io sulla via della psichiatria, abbia per qualche strana ragione l'abilità di capire qualcosa di nascosto. Non proprio come se potessi apertamente leggere nel pensiero, ma una specie di abilità nel capire i "non detti", nel riassumere il senso profondo delle persone. Perché, in fondo, lo psichiatra è un po' il dottore dell'anima. Questa loro convinzione mi fa sorridere, mi fa riflettere su cosa sia cambiato di me, in questa mia (per ora) breve esperienza psichiatrica. 
Se devo essere sincera, la sensazione che ho è quella di capirci sempre meno. E' il disorientamento del cavallo che, abituato ai paraocchi, si ritrova senza nulla addosso nel centro del caos. E vive in bilico tra l'impulso ad imbizzarrirsi e l'osservazione cauta di ciò che è sempre stato lì, ma non ha mai visto. 
Questo mondo è un labirinto di sguardi. 


"Ed è in certi sguardi che si intravede l'infinito". 
(cit. Franco Battiato)


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