A volte capitano quelle giornate che iniziano, semplicemente, con "il piede sbagliato". A me non succede spesso. Ho una serie di supporter interiori, delle specie di amici immaginari che mi incoraggiano. Ho incollato alle pareti di casa le immagini di un vecchio calendario, sul quale comparivano immagini di coccinelle. Per ogni mese c'è una frase. In camera ho appeso quella che dice "It always seems impossible, until it is done". Nelson Mandela. L'ho appiccicata alla parete dell'armadio con l'idea di leggerla ogni mattina. Inutile dire che nel buio della mattina non l'ho mai letta una volta, che magari mi farebbe pure bene. Ma, a quell'ora, io sono un automa. Mi alzo dal letto, solo perché esistono latte e caffè. Solo perché so che in cucina c'è uno sgabello ad aspettarmi, posso accendere l'iPad e ascoltare una TED-talk. Oppure accendo la musica, per la gioia scoppiettante dei vicini.
In cucina, ho appeso un'altra coccinella, che dice di dare ad ogni giorno l'opportunità di diventare il più bello della mia vita. L'ho appesa vicina alla macchina del caffè mica per niente!
Però ci sono dei giorni su cui non scommetteresti nemmeno un pezzo di filo interdentale usato. Sono quei giorni in cui ti svegli, come oggi. Apri gli occhi al buio, perché la sera prima hai tirato giù le tapparelle così bene che non vedi ad un palmo. Senti che sono fastidiosamente appiccicati. Provi ad aprirli di un millimetro e bruciano. Le palpebre sono pesanti, stanche come se avessero appena corso il Tor de Geants. "Odio svegliarmi nel mezzo della notte, speriamo di riaddormentarmi". Però c'è lo stimolo. Maledetta pipì. Io la notte mi metterei un catetere. E' una forma di violenza il dover uscire da sotto le coperte, alzarsi e, addirittura, CAMMINARE (!!) fino al bagno. Per una pipì, a volte, più psicologica che altro. Quel tanto che basta a tenerti sveglia. Poi torni a letto e ti rigiri. Ancora, ancora. Finchè pensi: "ora faccio la figa, mi alzo, faccio colazione con calma. Sono rincoglionita come se avessi fatto un giro in centrifuga, ma amen. Poi mi metto a studiare, così anziché studiare solo un'oretta prima di uscire, magari ne infilo due e inizio bene".
In quel momento, con coraggio, prendo il cordless e illumino il display. 7.17. Non può essere vero. "Magari non ha cambiato l'ora. Magari è sintonizzato sul fuso orario di Nuova Delhi". Accendo il cellulare. 7.20. MA PORCA!!!
Allora mi fiondo giù dal letto e, nel mettere giù il primo piede, sono già in ritardo di un'ora su quel che dovevo fare. Niente ora di studio questa mattina. E' brutto svegliarsi ed essere già indietro. Far cadere il peluche e non accorgersene. Rovesciare l'acqua, nella fretta, in cucina. Ascoltare due minuti di TED-talk durante un caffè troppo veloce e riuscire a selezionare la conferenza che parla della morte. Lavarsi, vestirsi, mettere quel minimo di trucco che salvi almeno la facciata. Recuperare Baxy (il peluche) da terra e infilarlo sotto le coperte, col musetto sul cuscino. E via, in macchina sotto la pioggia. In mezzo a guidatori incazzati, che suonano il clacson ai lampioni, solo perché son fermi.
Mi butto sulla corsia più a destra che ci sia. Meglio che non superi i 70, perché la velocità potrebbe svegliarmi. E penso che ho tra le mani una macchina e la strada davanti a me. E, in fondo, che cosa mi ferma? Perché, alla fine della strada, al posto di svoltare a destra per l'ospedale, non vado dritta ed esco dalla città? Cosa mi trattiene dal lasciare tutto, a parte i 20 euro nel portafoglio e il fatto che mi perderei perché ho lasciato il navigatore a casa? Cosa mi impedisce di parcheggiarmi in stazione, prendere un treno e girarmi qualche città?
Potrei darmi infinite risposte. Le lezioni, gli esami, l'università. Ma credo che la più sincera sia "le mie aree prefrontali". Quella parte del cervello che sa, più di tutto il resto di me stessa messo insieme, una cosa importante: quello che sto costruendo, e che sto vivendo, è la mia vita. E che tra tutti i ritardi e i porconi che tiro, tra tutte le pagine da studiare e il tempo che manca sempre, tra il reparto e i pazienti…ci sono io. Io che ho scelto tutto questo, ho comprato il pacchetto. E, a volte, mi pare di aver speso un patrimonio per niente. Per molto meno, sia in termini economici sia di sacrifici personali, avrei potuto ottenere un bel po' di più. Molto più vagabondaggio, molta più libertà di spirito. A volte sento la mia anima che sbatte in una prigione fatta di carta stampata, la carta dei libri di medicina. Ma in questi cavolo di giorni, anche quando il tempo è tiratissimo, entro in reparto e tutto si ferma. Dico "Buongiorno" e incontro la paziente che mi ferma e mi parla. Nel nostro reparto si gira con le chiavi, perchè tutte le porte sono chiuse e solo il personale può aprirle. Quelle chiavi mi danno il potere di chiudere fuori il tempo. Il mio stalker.
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