venerdì 24 gennaio 2014

Sessione OPN (Oncologia, Psichiatria, Neuroscienze)

Oggi voglio mettere per iscritto le mie vicissitudini universitarie presenti e prossime.
Sono al quinto anno di medicina, in corso, ma - per svariate ragioni - ho cominciato quest'anno con tre esami indietro. Quindi con un carico di lavoro un po' elevato.
Già da inizio anno avevo deciso di tentare il recupero degli esami arretrati uno per sessione, cercando di stare al passo con quelli del semestre corrente. E così sto facendo, per cui mi sono ritrovata, in questa sessione, tre esami da sostenere (oncologia, psichiatria e neuroscienze), di cui il primo del quarto anno e gli ultimi due del quinto.
E' un progetto un filo ambizioso il voler sostenere tutti questi esami in una sessione, anche perché questo comporta lo studio contemporaneo di tre materie. Ma, alla fine, un esame è già andato ed è andato benone. Era il più piccolo e il più facile (oncologia), ma pur sempre un esame.

Il prossimo a venire è psichiatria, il primo venerdì di febbraio, che poi è anche la ragione di questo post. La verità è che quest'esame mi terrorizza un po', per vari motivi:
  • vorrei fare la psichiatra, vorrei un voto alto. A dispetto di quello che dicono molti ("fregatene, tanto con la riforma non conta poi più il voto dei singoli esami") a me interessa. Non necessariamente un voto alto: mi interessa riuscire a sostenere un buon esame, dimostrare di avere competenze e capacità. Di solito, questo si accompagna a un voto alto.
  • frequento il reparto già da tempo e ho il sacro terrore di fare figure di merda all'esame 
  • è un esame difficile con molte variabili: ad esempio, una delle prove è il colloquio con il paziente. Dover fare un colloquio con un paziente, secondo me, è una cosa fantastica, che dà veramente il senso alla valutazione che poi viene fatta delle tue abilità. Però mannaggia, se mi capita un paziente difficile e che non riesco bene a gestire? Se mi perdo? Se voglio la mia mamma a metà del colloquio?
  • e poi, dulcis in fundo…l'esame vero e proprio, l'interrogazione con il Prof. Che mi vede ogni giorno. Che sa tante tante cose. E io sono piccola piccola.
La verità della mia condizione è che la situazione mi genera ansia. E in passato l'ansia ha avuto il potere di bloccarmi, di portarmi subdolamente all'evitamento delle situazioni "pericolose". Ho lavorato a lungo affinché non fosse più così. 
Ora mi ritrovo ad affrontare un qualcosa che per me è importante (Zampaglione docet). Che non voglio evitare, ma che ho un gran paura ad affrontare. E nel prepararmi all'evento, cerco di studiare. Tenendo a bada l'ansia nel modo migliore possibile, cercando di mediare tra la parte di me che si butterebbe a capofitto in uno studio compulsivo e quella più razionale che mi dice che comunque devo studiare non solo psichiatria, ma anche neuroscienze e devo continuare ad andare in reparto. Mi viene paura di non riuscire, di essere troppo stanca per prepararmi; quindi, imparate dai miei errori: MAI combinare l'intero prodotto di una moka da 3 e guaranà, nemmeno se avete la consapevolezza di addormentarvi sui libri. O una o l'altra, altrimenti finirete per saltellerete sul posto in maniera inconcludente come me per qualche ora :)

DETERMINAZIONE, voglia di farcela a palla. Quando l'ansia sale, ballo il waka waka di Shakira (dignità, addio!). Quando sale ancora, mangio cioccolato. Quando è troppa, allora scrivo, "scavando dentro le nostre miserie" (cit.).

Comunque vada a finire, so che questo periodo mi insegnerà molto. So che lo devo affrontare con tutta me stessa. E spero di poter arrivare alla fine e… mostrare il terzo dito. E dire, ridendo, "ce l'ho fatta!".

Alla prossima.

domenica 19 gennaio 2014

Sono sguardi infiniti. Dialoghi di occhi, intese, scontri. A volte ti tendono la mano, a volte ti affondano. Sono sguardi duri, gli sguardi di chi ti pone dei paletti, gli occhi di chi è seduto di fronte a te, ma se potesse si alzerebbe, ti chiuderebbe al muro fino all'ultimo chiarimento. Lo sguardo di chi ti affronta in silenzio, silenzio più violento uno schiaffo. Un silenzio che non puoi evitare. Non ci sono mani da fermare, non urla da coprire con grida più forti. Sguardi che passano, come i minuti. Occhi che seguono le emozioni, i discorsi. Occhi contratti che scendono a patti e si rilassano. Accennano incerti alla pace, si scoprono poco a poco, si avvicinano e si curano le ferite. Sorridono ancora. Occhi che a volte piangono. E' un pianto sfinito, sono lacrime piene di tensione. E gli occhi cercano amore negli occhi.

Quando ho deciso che avrei voluto fare la psichiatra, ero consapevole della difficoltà del mestiere. Sono poche le persone che mi hanno incoraggiato sulla strada. Molti mi hanno detto: "La psichiatra? Ma perché non fai pediatria?". Altri: "Attenta a non diventare matta anche tu". Sorridevano, ma un po' lo pensavano davvero. Altri semplicemente mi hanno chiesto se avessi mai visto un depresso, coricato nel letto, con le coperte fin sopra ai capelli, rinchiuso in una stanza buia, quando fuori è primavera.

Ai fan della pediatria, vorrei ricordare che il pediatra è un medico e, come tale, ha tendenzialmente a che fare con bambini, sì, ma bambini malati. Non è proprio una gioia. E, nel tirocinio in pediatria, ho visto piangere disperatamente una creaturina bionda che avrà avuto cinque anni, per un'iniezione. Ed anche la madre era in lacrime. Io finirei per sedarli tutti, figli e genitori. O non farei più iniezioni.
A chi mi chiede se ho mai visto un depresso, rispondo che ne ho visti tanti ricominciare a star meglio. C'è un momento, dopo qualche settimana che sono in cura, un momento in cui capiscono che tu stai cercando di illuminare la strada da seguire per arrivare fuori dal dolore. In quel momento nasce un'alleanza, in quel momento tutto accelera, perché capiscono di poter star bene di nuovo.

A chi mi dice che potrei diventare matta…forse è troppo tardi. Forse, matti, lo siamo un po' tutti. Solo che nella vita di ogni giorno ci passiamo sopra, superficialmente. Nella vita di ogni giorno ci dividiamo tra impegni e doveri, tra tempi veloci e lenti. E tiriamo avanti, dal mattino alla sera, con poche riflessioni nel mentre.
Fare lo psichiatra, a volte, ti costringe a riflettere. Perché è umano, pericolosamente umano, il bisogno di spiegarsi gli eventi e le situazioni. Le malattie dei pazienti. Cerchi di capire dalle loro parole il perché e il come. Cerchi di rappresentartelo mentalmente, di capire cosa non va. Di capire come puoi aiutare.
E, a volte, devi uscire dal ruolo ed utilizzare tutta te stessa. Parlare con gli occhi e non solo, non tanto con le frasi che hai studiato. Cambiare il linguaggio medico con quello del paziente. Raccontare la tua versione dei fatti. Devi incoraggiare, devi contenere. Devi amare. E per fare tutto questo, le parole dei libri non bastano. C'è sempre qualcosa di te, oltre il camice. Qualcosa che il paziente prende, sempre, ogni volta che smette di essere paziente e comincia ad essere ciò che realmente è: una persona.

Quando poi togli il camice, quando torni in borghese nel mondo reale, è incredibile quante cose si riescano a vedere, cose che prima sfuggivano. E' incredibile quanto complessi siano i nostri intrecciati rapporti umani.
A volte esco con degli amici, capita che ci sia qualcuno che ho appena conosciuto e che pensi che, avviandomi io sulla via della psichiatria, abbia per qualche strana ragione l'abilità di capire qualcosa di nascosto. Non proprio come se potessi apertamente leggere nel pensiero, ma una specie di abilità nel capire i "non detti", nel riassumere il senso profondo delle persone. Perché, in fondo, lo psichiatra è un po' il dottore dell'anima. Questa loro convinzione mi fa sorridere, mi fa riflettere su cosa sia cambiato di me, in questa mia (per ora) breve esperienza psichiatrica. 
Se devo essere sincera, la sensazione che ho è quella di capirci sempre meno. E' il disorientamento del cavallo che, abituato ai paraocchi, si ritrova senza nulla addosso nel centro del caos. E vive in bilico tra l'impulso ad imbizzarrirsi e l'osservazione cauta di ciò che è sempre stato lì, ma non ha mai visto. 
Questo mondo è un labirinto di sguardi. 


"Ed è in certi sguardi che si intravede l'infinito". 
(cit. Franco Battiato)


martedì 14 gennaio 2014

A volte capitano quelle giornate che iniziano, semplicemente, con "il piede sbagliato". A me non succede spesso. Ho una serie di supporter interiori, delle specie di amici immaginari che mi incoraggiano. Ho incollato alle pareti di casa le immagini di un vecchio calendario, sul quale comparivano immagini di coccinelle. Per ogni mese c'è una frase. In camera ho appeso quella che dice "It always seems impossible, until it is done". Nelson Mandela. L'ho appiccicata alla parete dell'armadio con l'idea di leggerla ogni mattina. Inutile dire che nel buio della mattina non l'ho mai letta una volta, che magari mi farebbe pure bene. Ma, a quell'ora, io sono un automa. Mi alzo dal letto, solo perché esistono latte e caffè. Solo perché so che in cucina c'è uno sgabello ad aspettarmi, posso accendere l'iPad e ascoltare una TED-talk. Oppure accendo la musica, per la gioia scoppiettante dei vicini.
In cucina, ho appeso un'altra coccinella, che dice di dare ad ogni giorno l'opportunità di diventare il più bello della mia vita. L'ho appesa vicina alla macchina del caffè mica per niente!
Però ci sono dei giorni su cui non scommetteresti nemmeno un pezzo di filo interdentale usato. Sono quei giorni in cui ti svegli, come oggi. Apri gli occhi al buio, perché la sera prima hai tirato giù le tapparelle così bene che non vedi ad un palmo. Senti che sono fastidiosamente appiccicati. Provi ad aprirli di un millimetro e bruciano. Le palpebre sono pesanti, stanche come se avessero appena corso il Tor de Geants. "Odio svegliarmi nel mezzo della notte, speriamo di riaddormentarmi". Però c'è lo stimolo. Maledetta pipì. Io la notte mi metterei un catetere. E' una forma di violenza il dover uscire da sotto le coperte, alzarsi e, addirittura, CAMMINARE (!!) fino al bagno. Per una pipì, a volte, più psicologica che altro. Quel tanto che basta a tenerti sveglia. Poi torni a letto e ti rigiri. Ancora, ancora. Finchè pensi: "ora faccio la figa, mi alzo, faccio colazione con calma. Sono rincoglionita come se avessi fatto un giro in centrifuga, ma amen. Poi mi metto a studiare, così anziché studiare solo un'oretta prima di uscire, magari ne infilo due e inizio bene".
In quel momento, con coraggio, prendo il cordless e illumino il display. 7.17. Non può essere vero. "Magari non ha cambiato l'ora. Magari è sintonizzato sul fuso orario di Nuova Delhi". Accendo il cellulare. 7.20. MA PORCA!!!

Allora mi fiondo giù dal letto e, nel mettere giù il primo piede, sono già in ritardo di un'ora su quel che dovevo fare. Niente ora di studio questa mattina. E' brutto svegliarsi ed essere già indietro. Far cadere il peluche e non accorgersene. Rovesciare l'acqua, nella fretta, in cucina. Ascoltare due minuti di TED-talk durante un caffè troppo veloce e riuscire a selezionare la conferenza che parla della morte. Lavarsi, vestirsi, mettere quel minimo di trucco che salvi almeno la facciata. Recuperare Baxy (il peluche) da terra e infilarlo sotto le coperte, col musetto sul cuscino. E via, in macchina sotto la pioggia. In mezzo a guidatori incazzati, che suonano il clacson ai lampioni, solo perché son fermi.

Mi butto sulla corsia più a destra che ci sia. Meglio che non superi i 70, perché la velocità potrebbe svegliarmi. E penso che ho tra le mani una macchina e la strada davanti a me. E, in fondo, che cosa mi ferma? Perché, alla fine della strada, al posto di svoltare a destra per l'ospedale, non vado dritta ed esco dalla città? Cosa mi trattiene dal lasciare tutto, a parte i 20 euro nel portafoglio e il fatto che mi perderei perché ho lasciato il navigatore a casa? Cosa mi impedisce di parcheggiarmi in stazione, prendere un treno e girarmi qualche città?

Potrei darmi infinite risposte. Le lezioni, gli esami, l'università. Ma credo che la più sincera sia "le mie aree prefrontali". Quella parte del cervello che sa, più di tutto il resto di me stessa messo insieme, una cosa importante: quello che sto costruendo, e che sto vivendo, è la mia vita. E che tra tutti i ritardi e i porconi che tiro, tra tutte le pagine da studiare e il tempo che manca sempre, tra il reparto e i pazienti…ci sono io. Io che ho scelto tutto questo, ho comprato il pacchetto. E, a volte, mi pare di aver speso un patrimonio per niente. Per molto meno, sia in termini economici sia di sacrifici personali, avrei potuto ottenere un bel po' di più. Molto più vagabondaggio, molta più libertà di spirito. A volte sento la mia anima che sbatte in una prigione fatta di carta stampata, la carta dei libri di medicina. Ma in questi cavolo di giorni, anche quando il tempo è tiratissimo, entro in reparto e tutto si ferma. Dico "Buongiorno" e incontro la paziente che mi ferma e mi parla. Nel nostro reparto si gira con le chiavi, perchè tutte le porte sono chiuse e solo il personale può aprirle. Quelle chiavi mi danno il potere di chiudere fuori il tempo. Il mio stalker.

sabato 11 gennaio 2014

Sabato sera, ore 22.52. Chiusa in una stanza, nell'appartamento di una città troppo affollata. L'inquilino del piano di sopra ha appena tirato lo sciacquone. Quando finisce la giornata, quando anche i rumori tramontano con il sole, a volte mi sdraio in silenzio sul letto. Allora posso sentire i discorsi di chi mi abita vicino. Posso sentire le risate, i litigi, le canzoncine dei bambini. So anche sempre quando gioca il Napoli, per inciso, vengo a conoscenza in diretta di ogni goal.
Sono seduta sul letto. Ho la Nutella aperta davanti. La Nutella infrange ogni mio tentativo di integrità morale; la severità dei miei giudizi sulla salute, o meglio, su ciò che è sano, viene filtrata da questa cosa burrosa fantastica, che mi fa venire macchie rosse sulle mani ogni volta che la mangio. Ecco perché la compro poche, poche volte. 
Scrivo con la sola mano destra, perché le dita della sinistra sono impegnate. Non pensate troppo a far cosa e ricordatevi della Nutella.
Scrivo perché, questa sera, sono stata colta da un dubbio. Nello scrivere un messaggio, ho espresso il seguente concetto: "Se avessi abbastanza soldi per campare tranquilla, starei viaggiando". Prima di inviare il messaggio, però, ho riflettuto. Prima di inviare, ho aggiunto una parola alla fine della frase. La parola è "credo".

"Se avessi abbastanza soldi per campare tranquilla, starei viaggiando. Credo."

Il mio "credo" mi fa sentire una perfetta imbecille. Ho smesso da tempo di lamentarmi delle mie erculee fatiche, perché in fondo non sono altro che ostacoli sulla strada che io stesso ho scelto. Che ho potuto scegliere, perché sono stata fortunata. Però è inevitabile: a volte, quando fai fatica, pensi che, "se solo potessi", manderesti tutto a puttane e te ne andresti via a vivere da nababbo. Nababba. Qualcuno si immagina su un atollo; io, che odio il caldo, preferirei girarmi il grande nord. Oppure accettare il clima torrido e girarmi l'Australia col pulmino hippie Volkswagen, con tappe tutte le pareti più belle da arrampicare.

E, di fronte a questa prospettiva, mi ritrovo a scrivere strani "credo" alla fine dei messaggi? Quando per tutta la giornata non ho fatto altro che studiare, saltando da un esame all'altro, perché venerdì le lezioni finiscono e due giorni dopo c'è il primo appello. Oncologia, psichiatria. E, per finire col botto: NEUROLOGIA!

Eppure, questo mi dà un senso. Un senso che non sono sicura troverei a viaggiare soltanto. Nella vita, forse, potrò fare del bene a qualcuno. E non solo assecondare la mia anima un po' gotica e solitaria. Se avessi i soldi per campare tranquilla, vorrei avere la capacità, il coraggio, la determinazione per fare ciò che sto facendo ed affrontare gli ostacoli che potrei evitarmi. Non perché sia la scelta migliore, non perché sia più giusta o etica. Ma perché riesco a vederci dentro un senso umano, che in molte altre situazioni, in molti altri rapporti, non riesco più a vedere.
Come quando scrivi una e-mail a qualcuno, con buongiorno, presentazione, saluti e auguri di buona giornata. E quel qualcuno ti risponde con un rigo sminchio, senza convenevoli né firma. Nè, talvolta punteggiatura.

Ciao mondo, a domani.

Marta