sabato 3 maggio 2014

Dolceamaro

"Per me un cappuccino. Tu cosa prendi?". Mia madre mi sta guardando. Anche Paolo, il ragazzo del bar. Devo decidere. "Ehm…un americano, per favore", dico, mentre gli sorrido. 

E' martedì mattina, sono tornata nella mia città per qualche giorno e, subito dopo pranzo, prenderò il treno per tornare in metropoli. Avrò un pomeriggio impegnato. E poi, l'indomani, un esame.
E' martedì mattina e mercoledì, cioè domani, avrò un esame. Ematologia, un esame piccolo e circolare, le cui conoscenze base si chiudono e hanno un confine netto, oltre il quale si ricade nel territorio specialistico. Un confine che io ho sempre fatto fatica a vedere e mi è sempre riuscito un po' ansiogeno, perché mi ha puntualmente fatto sbattere la faccia contro il fatto che "potrei/dovrei" studiare tante cose in più rispetto a quelle che già conosco. Perché le mie conoscenze non sono complete. Anzi, sempre troppo scarse. Eppure, questa volta, qualcosa è andato diversamente. Vedo quel confine come un muro che mi protegge e che mi dà sicurezza. Vedo quel confine come semplicemente un mondo che non mi appartiene.
E' martedì mattina e ieri, cioè lunedì, ho ripetuto tutta ematologia, dalla prima all'ultima parola, senza aprire gli appunti. Non mi è mai successo. Non ho mai studiato così bene per un esame. Non mi son mai sentita "pronta" come questa volta. E, ancora, non ho mai tracciato un confine così netto tra le informazioni base, che conosco, e quelle accessorie, che, in un certo senso, non mi riguardano. E' tutto così strano, che non riesco a spiegarmelo. E' martedì mattina (e questo, potrei giurarci, l'avete capito), ma non mi sembra la mattina prima di un esame. E, oggi, il caffè americano ha un gusto particolare. E' un dolce-amaro che non riesco a spiegare.

Bianco-nero. Tutto-niente. Io funziono così. L'unica coppia che mi manda puntualmente nel pallone è "destra-sinistra". E non è un allusione politica, dovreste venire in macchina con me. La scena è sempre la stessa. Di fronte a un bivio, voi mi direste: "Gira a destra". E io vi risponderei: "A destra, QUALE???". Non ho mai imparato a distinguere la destra dalla sinistra e invidio tutti coloro che lo fanno senza quasi pensarci, come se fosse immediatamente ovvio. Io ho bisogno di gesticolare: "gira di qua", "gira di là". "Toglimi la mano da davanti agli occhi!". All'esame di guida, l'istruttore mi indicava la direzione con le mani. Oltre il fatto che usava liberamente i pedali.

Martedì sera, sono in casa. Guardo "Being Erica" al computer, ma penso ad altro. "Ansia, dove sei?". Sì, è come se l'aspettassi, ma non arriva. O, se arriva, non è quella che è sempre stata. Non ho aperto libro per tutto il giorno. E ora, perché l'ansia non mi fa dare almeno una sbirciatina agli appunti?

Mercoledì mattina. Piove, dannazione!! Vado con Stefano in università. Diamo due esami diversi, lui parla tantissimo, io sono sorprendentemente molto silente. Sono concentrata, non agitata. Ho la testa vuota, non piena. Entro nell'aula, incontro qualche studentessa, ascolto i soliti mantra dei narcisi: "nonhostudiatoniente", "nonsoniente", "hofesteggiatolaPasquaequindinonhostudiato", "hocompratouncucciolodicaneequindinonhostudiato", "misachevadoagiugno". 
Alzo gli occhi al cielo. E infatti piove. Mi viene da ridere per la ripetitività, mi viene in mente "stessa storia, stesso posto, stesso bar", ma per una volta non mi sento l'esule solitario che entra da sfigato tra gente figa. Non mi chiedo "che cos'è che faccio qui?", lo so benissimo. Non sento un muro tra me e gli altri, non sento un'ansia che mi assale. Sento solo un senso di noia. In mezzo agli "oddiononcelafaròmaiepoimai" non mi sale il vaffanculo. Strano. Sono solo in attesa di sentire i primi "opshopresotrentaelode", conscia del fatto che la lettera estratta nel semestre fa sì che io sia l'ultima interrogata. E quindi me li dovrò sorbire tutti quanti.

Ma avviene tutto in un momento. Il professore sbaglia la lettera e dice che la mia è la prima, quindi divento seconda interrogata. I docenti in commissione, che sono tre, interrogano singolarmente, quindi è come se fossi prima. Sono chiamata dal docente con cui ho già sostenuto anatomia patologica.

"Lei cosa vuole fare dopo? Frequenta già in reparto?" è la prima domanda.
"Sì, frequento in psichiatria. Voglio fare la psichiatra".
Lui sorride. "E io cosa cavolo chiedo di ematologia a una psichiatra??".
E' l'esame più disteso che abbia mai sostenuto. Siamo seduti l'una di fianco all'altro e stiamo chiacchierando. Mi presenta un caso clinico. E io parlo, parlo, parlo. Mi sembra, per la prima volta, un esame di medicina vera. Gli racconto dell'anamnesi, dell'esame obiettivo, gli parlo di tutti gli esami che posso chiedere, gli dico come ragiono. Vuole sentirmi dire anche le cose non puramente ematologiche, gli va bene e non mi ferma. Alla fine abbiamo spaziato un sacco tra varie cliniche. Senza domande da parte sua abbiamo coperto molti argomenti ematologici, come diagnosi differenziali.
"Per me può bastare", mi dice alla fine, "è soddisfatta dell'esame?".
"Decisamente sì", rispondo.
"Anche io", mi sorride.
Firmo lo statino e volo via. Sono la prima ad uscire dall'aula, è il quarto esame dell'anno e siamo sotto la quota dieci dalla fine. Non mi sembra di aver appena sostenuto un esame. E' tutto così strano. Ansia, dove sei? Che fine hai fatto?
Cammino verso l'aula computer in attesa che anche Stefano finisca. Mi collego a un sito per vedere gli smartphone in offerta. Da un po' sto pensando di prenderne uno. Ho ancora un vecchio nokia, di quelli con i tasti. Niente internet, niente whatsapp, niente e-mail. Se lo lascio su un marciapiede oggi e ripasso dallo stesso punto la settimana prossima, probabilmente, lo ritrovo ancora lì. Penserebbero che sia il telefono di una povera vecchietta rimbambita e non avrebbero cuore di rubarlo. Non so se farò il passo verso lo smartphone con facilità per molte ragioni, ma inizio ad informarmi.
Fuori piove. Stefano finisce. Prendiamo la macchina e andiamo ad un centro commerciale. Io mi sento ancora molto strana. Lascio il giardino dei narcisi e non capisco come mai io provi questa sensazione di leggerezza. Non capisco come mai, una situazione d'esame che, fino a non troppo tempo fa, mi avrebbe causato preoccupazione, ora mi scivoli addosso come niente. Non so nemmeno dire se mi piaccia o no. 

So solo che mi sono sempre sentita come una marziana sulla Terra; da un po' di tempo a questa parte, invece, ho cominciato a sentirmi come un'umana su Marte. Ed è strano.

Staremo a vedere.

2 commenti:

  1. ma wow!
    partendo dal presupposto che ematologia anche a me ha dato la stessa sensazione di confinatezza (esiste sta parola?)... sarà che sono argomenti che difficilmente uno incontra nell'immaginario di un reparto qualunque di internistica... a me è piaciuta molto alla fine, nonostante non vada pazza per le cliniche! :D
    Beh in ogni caso... congratulazioni!!!!!!!!!! :D :D :D la fine è vicina! :D Quindi sti sei anni non sono infiniti come ancora a volte penso! :D
    Un saluto!!!

    RispondiElimina
  2. Io sono sempre più convinto di essere l'unico che non ha mai fatto discorsi tipo "oddiononsouncazzo" xD fai bene a stare tranquilla, un esame deve essere una chiacchierata. Però gli 883...

    RispondiElimina