lunedì 7 aprile 2014

La dottoressa F.

"Caffè insieme?". 
Da un po' di tempo i miei SMS sono diventati criptici. Cerco di scrivere mentre guido, intanto freno piano piano, per prepararmi a entrare nei box. I box di casa mia sono in una pessima posizione, poco dopo una rotonda (rotatoria, pardon), quindi devo rallentare gradualmente, proprio lì dove tutti accelerano. Guardo nel retrovisore se il pirla dietro di me sta rallentando o mi sta venendo nel culo con impazienza, da buon metropolizzato. E infatti, è lì a pochi centimetri. "Ma cazzo", penso, "se rallento in mezzo alla strada un motivo ci sarà, no?". E invece no. Riesco a svoltare senza che mi tamponi, mi volto appena in tempo per vedere il signore di fretta che prosegue gesticolando e inveendo contro di me dall'interno del suo abitacolo. Se avessi un discontrollo degli impulsi potrei scendere e menarlo, poi potrei pure cercare di scaricarmi delle responsabilità con il mio psichiatra. L'ipoglicemia conta? Posso menarlo e poi andare il PS a dimostrare un'ipoglicemia data dal fatto che è DA IERI SERA CHE NON MANGIO?

Sono le 13.56. Alle 8 di questa mattina mi sono svegliata, con un'ora di ritardo, perché non sento più la sveglia. In qualche modo sono riuscita ad uscire per le 8.20 e, arrivata in reparto, ho prelevato tutti i pazienti da prelevare per il nuovo studio di ricerca, ho ricevuto un capitolo di un libro da leggere dal prof, ho chiamato tutte le persone con cui il prof voleva parlare, ho evitato il prof (è difficile, perché cambia sempre stanza...),  ho scritto due anamnesi, visto i 5 colloqui del reparto e qualcuno ambulatoriale, ho detto ad un sacco di persone che, per aprire gli armadietti, devono chiedere agli infermieri perché io non ho le chiavi. Ho aperto la porta a tutti quelli che volevano uscire ed avevano il permesso, ho schivato i fotografi di una nota rivista da spiaggia femminile che facevano foto agli specializzandi per un articolo sulla depressione (ironia della sorte!), ho cercato di convincere una paziente che la collana che avevo addosso e che le piaceva tanto l'ho presa al mercato un sacco di anni fa e NO, non può lasciarmi i soldi per prenderla anche a lei. Ero nella stanza all'ingresso, che si chiama acquario, perché è tutta a vetri. (Ok, ci arrivavate anche voi.) E' una specie di portineria, perché il nostro reparto è tutto chiuso a chiave, quindi qualcuno deve aprire quando i pazienti o i parenti o gli psicologi o i medici che dimenticano le chiavi suonano. In acquario c'è un computer, la mia salvezza, quando tutti gli altri sono occupati, quindi mi sono messa lì buona buona per inserire i dati nel database e poi filarmela. Nel frattempo arrivavano i messaggi di Steve, che mi raccontava di un paziente più giovane di me: "aveva aritmie sovraventricolari e ogni tanto TV non sostenute. Arrestato e ab ingestis". Penso che per fare l'anestesista ci vogliano i controcoglioni in tutti i sensi, soprattutto quando rientri a casa dalla tua famiglia. Come fai a non incazzarti con i bambini che fanno i capricci? Io invece "me la spasso" nell'acquario…faccio un po' la portinaia, combatto l'ipoglicemia, cerco i dati velocissima, compilo tutte le caselline fino a che…

"Dottoressa…".
Nella periferia del mio campo visivo intravedo qualcuno. Alzo gli occhi. Davanti al vetro si è fermato un paziente che non conosco, grassottello, che mi guarda. Ho una latenza di risposta significativa, sto pensando al database, a Steve, al ragazzo arrestato e poi ho fame, quindi non penso bene a niente.
Ci riprova. "Dottoressa…perché lei è una dottoressa, vero?".
Odio questa domanda. Non so mai cosa rispondere. No, non lo sono, se mi vuoi dire una cosa importante, che è meglio che tu dica a un medico vero, quelli con il timbro in tasca. Ma sì, posso esserlo, se devi chiedermi di farti uscire. A parte che, con quella faccia, prima di farti uscire chiederei conferma dei permessi agli infermieri. Quindi che fare…voi sapete qual è la domanda magica degli psichiatri?…beh, ve la rivelo. Fatene buon uso.
Sorrido beffarda. "Perché lo vuole sapere?". Le richieste che vengono fatte nel nostro reparto sono le più strane. I pazienti possono volerti chiedere solo di aprire loro la porta e quindi lo fai di buon grado. Possono volerti raccontare un po' di loro e ascolti. Possono aver bisogno di aiuto e, quando riesci, aiuti. A volte però ti chiedono di comprare collane,  ti coinvolgono nei loro deliri o ti dicono che sei stra-figa, con tanto di commenti sulla tua sessualità. Fa tutto parte della psicopatologia, ma meglio andarci cauti e non dare confidenza quando sei studentessa e la persona che hai davanti è un paziente che non conosci.  E infatti…
Il paziente si è convinto del fatto che io sia una dottoressa e mi dice, con fare complice: "Lei c'era quando hanno fatto le fotografie?" (quelle della rivista da spiaggia).
"Si, c'ero".
"Per che rivista erano?".
"Perché me lo chiede?".
Mi guarda con un mezzo sorriso e aria complice. "Ha presente la dottoressa F.?".
(La dottoressa in questione è una delle specializzande del reparto). 
"Sì, ce l'ho presente".
"Ecco, lei è veramente una bella donna. Io saprei su che rivista pubblicare le sue fotografie! Lei non trova che sia una bella donna?".
ECCO, LO SAPEVO. "Diciamo che non sono proprio i miei gusti. Comunque credo che la rivista delle foto di questa mattina sia di un genere un po' diverso rispetto a quello che pensa lei". Credo!
"Sa dove è adesso la dottoressa F.?"
"No…". E persevera.
"Mi apre lo studio medici?". E persevera. Ci vuole una fine strategia clinica qui, penso. Vediamo se tutto quello che mi hanno insegnato è vero. 
Guardo l'orologio, poi guardo lui e dico: "Accidenti, è quasi ora di pranzo, non mi ero accorta. Lei non ha fame?"
"No, dottoressa, in reparto si mangia male. Pensi che alla mattina c'è sempre il latte con le fette biscottate, il pranzo cambia. Ieri… … … […]". E va avanti così, raccontandomi il regime alimentare ospedaliero.
Inserisco gli ultimi quattro dati nel database, salvo tutto ed esco dall'acquario mentre lui continua a parlarmi dei pasti che ha consumato da quando è entrato, con qualche digressione di tanto in tanto. 
Lo accompagno fino alla sala da pranzo e gli dico "ora le conviene mangiare, sono arrivati i vassoi".
"Dottoressa, grazie! E' bello parlare con lei!".
Lo saluto e me ne vado. "Andiamo bene", penso. La stessa cosa me la disse anche una ragazza con esordio di schizofrenia, una volta. Ma in fondo sorrido. Penso che stare lì mi piace, che non mi annoio, che ho capito la diagnosi. Penso di preferire questo mondo di pazzi a quello che sta oltre la porta chiusa a chiave.

Scappo dal reparto, salgo in macchina e volo verso casa per posare la macchina. Ho l'incontro con il pirla che mi vuole tamponare ad ogni costo e mando l'SMS criptico a Steve per il caffè.
Arrivo in università trafelata, la lezione è già iniziata, ma io ancora non ho mangiato. Inizio a bere il caffè e penso, sognante: "magari mi ordino un panino". Ma è un attimo. Steve prende in mano il cellulare e mi strattona per un braccio. Ha la faccia dell'ansia e mi dice solo due parole chiave. "FOGLIO FIRME". Ma porca….! Ingollo tutto caffè e via di corsa verso l'aula. Addio panino.
Mi siedo nelle ultime file. Il prof. sta leggendo le slide. Dà le spalle alla classe per metà del tempo. E' vestito in un modo che non riesco a capire se sia appena stato a mangiare la polenta in un rifugio di montagna o a bere vino nell'osteria che c'è qui vicino. E poi, miseriaccia, ci sono già le zanzare...