giovedì 27 marzo 2014

Nelle relazioni interpersonali, almeno quelle che mi riguardano da vicino, vorrei che A significasse A e soltanto A. Insomma, che A non potesse significare B, solo per il fatto che A non è B.
Ma allora perché, miseriaccia, dietro al profilo dell'A si comincia a vedere una B e il tutto alle 22.21 di sera, quando sono stanca morta?

giovedì 20 marzo 2014

Semestre nuovo, ragazzo nuovo, sport nuovo. Stesso reparto, stessa città incasinata, stessi pensieri.

Mi ripresento sul blog dopo un mese. Come una persona che non riesce più a respirare al chiuso, corre verso la finestra, la apre e caccia fuori la testa. ARIA!
Dunque, in questi mesi molte componenti della mia vita sono cambiate. Ma, al netto di qualsivoglia sconvolgimento, tutto procede come sempre: ero in reparto quando si è scatenata una minirissa tra pazienti, ero in studio medici quando un ragazzo incazzato sembrava voler tirare giù la porta a pugni. E' strano: quanto ti ritrovi in balia di una situazione con potenziale di rischio medio-alto, non puoi prevedere quale sarà la tua reazione. Ero nello studiolo con un'altra dottoressa, sentivo da fuori il paziente urlare e incazzarsi. Poi dei colpi secchi alla porta. Io ero alla postazione computer esattamente a lato della porta e, al primo colpo, il cuore mi è arrivato in gola. Poi tutto si è risolto per il meglio e nessuno si è fatto male, ma io, me ne rendo conto, ero decisamente pronta a combattere. Sì, il paziente era più grosso e forte di me. Ma quali erano le scelte?

Nel mio reparto non ci si annoia mai. Almeno, io che adoro i pazienti non mi annoio mai. E questo, per me, è fondamentale. Dico sempre di non capire come facciano le persone a seguire strade che non amano, ma credo che, se non fosse stato per psichiatria, io avrei fatto lo stesso con qualunque altra branca della medicina. Non mi va di sbrodolarmi nei discorsi che mi piovono addosso ogni giorno ("la cultura medica è fondamentale", "ho scelto la facoltà di medicina perché mi interessava comprendere il funzionamento del corpo umano", "ho amato tutte le cliniche e mi interessano tutte a tal punto da non sapere quale scegliere"), perché per me queste cose non valgono. Dette da altri sono cose bellissime e, nonostante tirino fuori i miei peggiori istinti, rispetto chi dice tutto ciò credendoci. Ma, se quelle parole uscissero dalla mia bocca, sarebbero solo uno sputacchio di cazzate.  Ho creduto a lungo di essere nel posto sbagliato, per questo, di non aver trovato la strada più adatta a me. Ho sofferto molte cliniche per disinteresse, ho perso ad ogni esame un pezzettino di me, perché avevo la sensazione di essermi imbarcata nel progetto di investire la mia vita dietro a cose che non mi interessavano. Capiamoci, ho sempre studiato con diligenza e senso del dovere, cercando di imparare il più possibile per responsabilità di chi mi capiterà tra le mani un giorno. Ma la materia, c'è poco da fare, non mi piace. Che mi si parli di OCT3/4, scompenso, di glomerulonefrite, di morbo di Cushing, di sindrome di POEMS…niente da fare. Prima di quest'anno, gli unici corsi che hanno risvegliato il mio interesse sono stati embriologia, genetica, malattie infettive (un po' meno) e chirurgia, perché chirurgia comprende tante patologie comuni, ti dà un'idea di come affrontarle, di come muoverti e poi ti fornisce un quadro pratico complessivo, uno sguardo sull'insieme.  Quest'anno, tutto è cambiato. Ho veramente amato psichiatria, ho apprezzato la neurologia. Ora sto pian piano ricominciando a odiare ematologia e tutto il resto e il mio umore ne risente, anche se, la frequentazione del reparto mi dà una spinta enorme. 
Quindi non ho scelto medicina per una vocazione strettamente, biologicamente medica o per cultura. L'ho scelta per l'idea di medico che avevo in testa. Perché volevo fare il medico, indipendentemente dalla medicina. 
Inizialmente volevo fare il chirurgo, per poter partire con qualche organizzazione non governativa. Poi, col tempo, mi sono convinta che la psichiatria potesse essere affar mio. In tutto questo ho conosciuto delle persone che mi sono servite da esempi, riferimenti, insegnanti e amici.
Ho conosciuto l'abbiente spento di una sottosezione di un reparto di pediatria, ho assistito alla mancanza di comunicazione in una medicina interna, quanto una visita tira l'altra e meno il paziente parla e meglio è. Così è successo che, visitando il paziente in autonomia, gli ho chiesto se avesse qualcosa da dirmi. E lui ha cominciato a piangere, dicendomi che nessuno lo ascoltava, che voleva solo andare a morire a casa dai suoi nipotini. Me li descrisse uno ad uno, e mi ricordo la loro descrizione come se fosse ieri. Se penso a quel vecchietto e al suo vissuto, se penso al modo sbrigativo in cui è stato trattato in uno dei momenti coscienti più critici della sua vita, che per assurdo è proprio quel momento prima della morte…mi chiedo come sia possibile. Mi chiedo che senso abbia, non tanto fare il medico, ma essere umani, se poi non si fa quel piccolo passo verso l'altro. Lo so, lo so…il lavoro, la fretta, il poco tempo…ma che cazzo, sono solo scuse.
Ho conosciuto delle persone splendide in Malattie Infettive. Quattro medici tosti e umani, che mi hanno insegnato molta più medicina degli altri e che mi hanno fatto amare il fatto di andare in reparto, arrivare sempre mezz'ora prima per prendere il caffè insieme, dire due parole, contarsela su. Ho visto gestire dei casi difficili di malattie croniche e mortali, ho visto persone sorridere e aprirsi. E poi anche morire. E' vero, si muore comunque, alla fine. 
Oggi ho visto, con la dottoressa a cui sono assegnata, un signore che si presentava in prima visita, con una sindrome depressiva reattiva di fronte ad una situazione familiare e economica disastrosa. "Sindrome depressiva reattiva" significa che hai dei sintomi della depressione in corrispondenza di eventi esterni stressanti che non riesci ad ammortizzare, per questioni personologiche tue e/o perché gli eventi stessi sono effettivamente di grossa portata. Però, in questo caso, non hai la malattia nota come "Depressione", che è un'altra entità a sé stante. Dal punto di vista strettamente psichiatrico, l'approccio farmacologico alle due è diverso. Nella malattia "Depressione" c'è un approccio abbastanza ben definito, tale per cui i pazienti che cadono in questa categoria vengono definiti in effetti pazienti di pertinenza psichiatrica. Nella sindrome depressiva reattiva non c'è un trattamento univoco. Di solito si imposta un antidepressivo, qualcosa per lenire l'ansia del paziente e farlo dormire bene. Essendo una patologia in cui manca l'adattamento della persona ad un cambiamento della realtà che la circonda, di solito, si consiglia una psicoterapia che spessissimo dà buoni esiti.
Il paziente di oggi era di mezz'età. Gli è stata data la terapia farmacologica e gli è stata fissata una visita di controllo tra un po' di mesi. "A un cinquantenne cosa serve fare psicoterapia? Non cambia niente". Questa è stata la spiegazione che la dottoressa mi ha dato.

Io non dico che sia sbagliato. Non mi permetto di contraddire, almeno per ora, chi ha più esperienza di me, avendo già avuto prova che questa stessa dottoressa mi può insegnare molto. Pochi giorni fa mi ha fatto vedere come, in modo molto sottile, avrei totalmente sbagliato una diagnosi.
Ma stasera non riesco a togliermi dalla mente il fatto che abbiamo mandato a casa un uomo sull'orlo della rovina, con qualche farmaco che lo farà dormire, un antidepressivo di non comprovata efficacia per il disturbo e che comunque ci metterà almeno 2-3 settimane a fare effetto. E non gli abbiamo dato nemmeno la chance di parlare con qualcuno dei suoi problemi, solo per l'età, per la duttilità del pensiero che viene meno.
Questa sera non riesco a togliermi dalla mente il fatto che, se fossi stata io una cinquantenne sola e senza un soldo, se fossi stata ancora viva e pronta a chiedere aiuto, forse avrei tratto giovamento da qualche incontro settimanale. O anche un po' diluiti, visto che il SSN esita un po' a dare assistenza ottimale a chi non può permettersela.
Non so che tipo di medico diventerò. Non so se entrerò mai in specialità, né tantomeno dove, viste le nuove regole non ancora ben definite. Non so che ruolo rivestirò e non mi importa di arrivare in alto. Spero solo di poter gestire queste cose in un altro modo, in futuro. Spero che il sacro furore della psicofarmacologia secondo-la-regola mi risparmi. Spero che l'esperienza non mi renda cinica.

"…per consegnare alla morte una goccia di splendore…di umanità…di verità" (cit.)